LA SOCIALITÀ A TAVOLA AI TEMPI DEL COVID-19

Il cibo può essere considerato un aggregatore sociale? Certo che sì! Il cibo infatti comunica, parla, crea legami. Non a caso, l’etimologia della parola “compagno” deriva dal latino “cum panis”, ovvero “condividere il pane con qualcuno”.
Negli anni, il rapporto che ci relaziona al cibo è cambiato radicalmente ma ha mantenuto un carattere comune, ossia il suo aspetto relazionale: il cibo non è solo un nutrimento ma anche e soprattutto un legante sociale, un’occasione di scambio e condivisione.
Dan Barber, chef d’avanguardia, ha affermato in un’intervista al Time che “I ristoranti ci fanno sentire culturalmente vivi. Essi sono un efficace luogo di connessione, comunità, emozioni” ma “avendoli chiusi e incatenati, sarà molto difficile riaverli indietro come li abbiamo conosciuti”.
Quale sarà dunque il nuovo volto della socialità a tavola, durante e post Coronavirus? Non lo sappiamo ancora con esattezza, quel che è certo è che, per poter superare questa emergenza, sono necessari realismo e spirito di intraprendenza. Il mondo della cucina è stato colpito nel suo essere più profondo, ovvero quale universo della socialità e della condivisione. Per questo motivo, la ristorazione non potrà più essere quella di prima ma vivrà una nuova vita: sarà necessario ricostruire la voglia delle persone di andare al ristorante e noi tutti dovremo ragionare in modo differente, abituandoci ai cambiamenti nella modalità di frequentazione dei ristoranti.
La strada è tutta in salita ma, come disse Albert Einstein nel 1931, nel pieno della Grande Depressione: “Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato”.