ARTE DEPERIBILE: SI PUÒ COLLEZIONARE LA FOOD ART?

L’arte realizzata con materiale effimero non è nulla di nuovo. Nell’ultimo secolo, gli artisti hanno sperimentato e creato le loro opere attraverso l’utilizzo dei materiali più disparati: all’inizio del XX secolo, Picasso ha aggiunto pezzi di carta, spago, corda e biglietti ai suoi dipinti; Duchamp ha esposto i suoi “Readymades” e Gabo ha lavorato con i primi materiali sintetici come la plastica.

Tra questi filoni d’arte sperimentale rientra anche la Food Art, un movimento artistico che negli anni si è affermato per il suo valore performativo e per il significato simbolico del cibo scelto dagli artisti. Ad esempio, i materiali caratteristici di Marcel Broodthaers, gusci d’uovo e cozze, erano intesi come allusioni alla differenza tra la cultura belga e francese. Altre volte, come nel caso delle caramelle di Felix-González-Torres, il cibo veniva presentato per essere consumato dagli spettatori in una forma di partecipazione simbolica alla creazione dell’opera d’arte.

Come si può immaginare, la Food Art non era inizialmente considerata un bene materiale o un bene da collezione, poiché in molti casi l’intenzione dell’artista era che l’opera si degradasse, si disintegrasse e alla fine scomparisse. L’arte effimera basata sul cibo era spesso vista dagli artisti come una strategia per evitare i meccanismi commerciali del mercato dell’arte e delle istituzioni, mettendo in discussione la nozione di valore duraturo dell’oggetto d’arte.

La situazione riguardante la Food Art è particolarmente complicata perché ci sono stati atteggiamenti marcatamente diversi da parte degli artisti rispetto alla conservazione delle loro opere: in alcuni casi l’artista non voleva che l’opera si conservasse del tutto, in altri casi l’artista ha voluto conservare l’opera in qualche modo, mentre in altri ancora le intenzioni dell’artista sono cambiate nel tempo.

Nel corso degli anni, alcuni artisti hanno cercato di preservare le loro opere create con il cibo facendole trattare con prodotti chimici. Per “Bag of Donuts” (1989), Robert Gober ha fritto delle ciambelle e poi le ha mandate ad essere trattate in Germania per conservarle: sono state accuratamente sgrassate in bagni di acetone, riempite di resina acrilica, e infine ricoperte di cannella per l’aroma e l’aspetto visivo. Erano talmente realistiche queste “ciambelle” trattate che nel 2013 un visitatore alla Scottish National Gallery of Modern Art ne ha rubato una, forse credendo che fossero ancora commestibili.

Molti artisti insistono inoltre sulla necessità di mantenere intatta la fonte commestibile. I fragili gusci d’uovo utilizzati da Broodthaers sono stati realizzati da una cuoca di Bruxelles, perché a Broodthaers piaceva il modo in cui li rompeva. Ma cosa succederà al processo di selezione quando l’artista non sarà più in vita? Quando i materiali diventano obsoleti, come si può mantenere l’autenticità e l’integrità di queste opere, proteggendo l’intenzione originaria dell’artista?

In sintesi, la Food Art ha aperto un nuovo mondo di dialogo e collaborazione tra gli artisti e i loro collezionisti. Inoltre, ha dato molto spazio alla riflessione di conservatori e storici dell’arte. Mentre l’artista è vivente la collaborazione attiva nella conservazione (o meno) delle sue opere è vitale. Infatti, è la continua partecipazione degli artisti alla conservazione che ha reso le loro opere collezionabili.